Il Costume di Monterosso

Il costume di Monterosso risulta costituito dai seguenti pezzi: Tuvàgghia ‘e testa; Cammìsa; Pannu; Mbustu; Dubbrièttu; Mànichi; Faddàli.

La tuvàgghia (tovaglia) è il copricapo che accompagna sempre la donna monterossina. Può essere di colore bianco o nero. Quella bianca è realizzata in tela di lino fine o in seta tessuti al telaio con 15 lizzi (1.500 fili); di forma rettangolare, è munita ai lati più corti di una piccola frangia e misura mediamente cm. 50/90×150.

La tuvagghia bianca (in seta) correda il vestito delle giovani spose ed è anche un “segno distintivo”: le donne appartenenti alle classi agiate la indossano, infatti, quotidianamente, le donne umili, invece, la utilizzano soltanto nelle “grandi occasioni”.

La tuvagghia nera è quella di uso quotidiano. Ha un formato medio di cm. 70×300 ma v’è da dire che tali misure variano in funzione dell’altezza della persona che la indosserà (trama e ordito vengono infatti impostati al telaio sulla base delle “misure personali” dell’indossatrice). Come la bianca, anche la tovaglia nera è realizzata in lino o seta.

La cammìsa è l’indumento più intimo del costume monterossino. È realizzata con tela di lino bianco molto fine e delicata (filatura e tessitura, proprio per l’uso cui il tessuto è destinato, sono infatti particolarmente curate). Di forma cilindrica, con la parte superiore più stretta rispetto a quella inferiore, la cammìsa è generalmente di taglia più grande rispetto a quella della persona che la indossa. È a corpo unico e con abbottonatura al collo; le maniche coprono le braccia fino ai polsi, mentre in lunghezza l’indumento “raggiunge” i polpacci delle gambe. Pur nel suo aspetto sobrio e quasi spartano, la cammìsa “concede” qualche “civetteria” alla donna. Infatti quella che si usa quotidianamente è priva di qualsiasi ornamento mentre la cammìsa che si usa per le festività è ricca di ornati in seta, posti intorno al “collo”, lungo il taglio dell’abbottonatura, ai bordi dei polsi ed intorno all’orlo della parte inferiore (che non viene coperta dal panno). Il panno o come suol dirsi nel gergo dialettale u pannu è costituito da un pezzo di tessuto (di lino, puro o misto con lana) di forma rettangolare. È realizzato in tre diversi colori: nero, giallo oro e bianco. Quello di colore nero è utilizzato quotidianamente dalla donna; quelli di colore giallo oro e bianco, con bordi ricchi di merletti e ornati, sono utilizzati per la conservazione degli abiti da sposa. Il panno viene indossato sopra la cammìsa, fasciando il corpo della donna da sotto le ascelle fino ai polpacci, lasciando però intravedere il bordo dell’indumento intimo. Le due estremità laterali vengono “unite” sul davanti con due diverse modalità: o accavallandone (‘mburzando) i bordi superiori oppure trattenendole con due fettucce (poste, una sul bordo superiore, l’altra sul fianco destro). Nel costume monterossino, il panno non esplica altra funzione simbolica se non quella di individuare, nel colore giallo o bianco, il momento matrimoniale.

In alcuni paesi limitrofi (Polia) o vicini (Sambiase), il panno, in relazione ai diversi coloro che può assumere, esplica invece la funzione di “indicatore” dello stato civile della donna. Così, il panno di colore verde indica la donna nubile, quello di colore rosso la coniugata, quello di colore marrone o grigio la “zitella”.

Il dubbriettu è costituito da una gonna molto ampia, pieghettata, normalmente realizzata con tela di lino o misto cotone, di colore nero o marrone scuro. Nella sua parte inferiore, il dubbriettu è arricchito dalla cosiddetta Podia una sorta di “frangia” realizzata con stoffa di colore diverso (anche velluto scuro) ed opportunamente ornata con filo da ricamo.

Il caratteristico nome dubbriettu è legato alla modalità d’uso: la gonna viene infatti “dubbrata” ( dal francese doubler), cioè doppiata (nel senso che viene capovolta due o più volte).

Il dubbriettu viene indossato sopra il cosiddetto pannu. La modalità è alquanto complessa e delicata: una volta “infilato” dalla parte superiore del corpo, l’indumento viene fatto scivolare all’altezza dei fianchi della donna e lo si fissa, fermandolo con un bottone piuttosto grande, posto sul davanti (all’altezza dell’ombelico) affinché non vada giù. A questo punto, si prende la parte inferiore del davanti e la si “dubbra”, vale a dire la si avvolge con una serie di piegature (2,3 o più) fino quasi a raggiungere il predetto bottone, lasciando così “intravedere” il panno ed una “tasca” laterale piuttosto lunga; si prendono, quindi, i due bordi laterali e si fissano sul di dietro con un grosso spillo (la spingula).

A questo punto si raccolgono le parti rimaste libere sul di dietro, infilandole nei bordi precedentemente fissati, formando così una sorta di ampia “sacca” a forma di “coda di pavone” rovesciata.

Da tener presente che la sacca spesso viene utilizzata dalla donna come un vero e proprio contenitore.

Quando la donna si reca in chiesa la sacca viene sciolta in segno di rispetto per il luogo sacro.

Completano il costume della donna di Monterosso, il cosiddetto ‘mbustu, le maniche ed il faddàle.

Il busto è un corpetto, una sorta di gilè per donna che viene indossato sulla cammìsa con probabile funzione di sostegno dei seni (il reggiseno non era ancora in uso); viene allacciato con apposito laccetto dietro la schiena, ove presenta un’ampia e profonda scollatura.

Anche sul davanti il corpetto presenta una scollatura, meno accentuata e con austere applicazioni in velluto.

Sulle spalline, il corpetto presenta due piccoli fori, che servono a far passare i laccetti per mezzo dei quali si fissano al corpetto stesso le maniche.

Queste ultime, infatti, costituiscono un accessorio del vestito, coprono l’avambraccio e parte del braccio mentre la zona scapolo-omerale rimane scoperta, lasciando intravedere la camicia.

Il faddàle è un grembiule costituito da un pezzo di stoffa orlato ai bordi che viene indossato sul panno, legato in vita. La sua funzione è certamente legata all’esigenza di “salvaguardare” il costume, visto che la donna è sempre impegnata nei lavori domestici o in quelli agricoli.