Museo della Civiltà Contadina e Artigiana della Calabria

UN MUSEO D’EUROPA: MONTEROSSO CALABRO

Il Museo della Civiltà Contadina ed Artigiana della Calabria viene fondato nel 1983, su iniziativa della Pro Loco Monterosso che, in ossequio ed adempimento dei propri fini statutari, aveva promosso, a partire dal 1978, un’intensa attività di recupero ed acquisizione di strumenti, attrezzi, prodotti e testimonianze legate alla vita agricola ed artigiana di un’area significativa della Calabria.
Con l’apertura al pubblico e la sua concreta fruizione, la struttura museale di Monterosso acquisisce il fondamentale ruolo di “strumento” attraverso il quale la Comunità riesce a recuperare le proprie radici e la propria identità, ponendole in un dinamico processo di critico confronto con l’attualità.
Il Museo, in altri termini, riesce a porsi come trait d’union, come “anello di congiunzione tra la cultura dei nostri avi e quella delle generazioni giovani”: la prima, “fatta di sacrificio, d’intuito necessario per la sopravvivenza, di creatività e spontaneità, di credenze, che a volte sconfinano nel mitico, nel fantastico, nel surreale”, valori, questi, aggiungiamo noi, che continuamente si realizzano nelle rappresentazioni e nelle manifestazioni umane di tutte le età, anche se con gradienti diversi; la seconda, pur se “imbevuta di civiltà tecnologica ”, non sempre collimante con i predetti valori, deve – a nostro giudizio – mirare a raggiungere e conseguire una naturale osmosi con la prima.
Oltre a questa sua specifica e primaria vocazione, il Museo riesce ad esprimere qualificate e tangibili valenze culturali e turistiche.
Sul piano culturale, in particolare, il Museo è riuscito ben presto ad assurgere ad una posizione di centralità, affermandosi con prorompenza quale essenziale punto di riferimento per il recupero, lo studio e la valorizzazione della “cultura materiale” calabrese. Sul piano turistico, la struttura museale si è subito rivelata un eccezionale strumento propulsivo, determinando nel campo nuovi, crescenti e variegati flussi e favorendo il sorgere di nuove iniziative economiche a vocazione turistica, creando – in sintesi – tutte le necessarie condizioni perché la Comunità possa acquisire, per come sta in effetti acquisendo, una vera e propria coscienza civica finalizzata allo sviluppo ed alla crescita del turismo quale fattore trainante dell’economia locale.
Ne sono valide testimonianze: la funzione di vero e proprio strumento didattico acquisita dal Museo, con frequenti e significativi collegamenti con il mondo scolastico e con quello accademico; la continua ed intensa attività di interscambio con omologhe realtà culturali, regionali ed extraregionali; le intense ricerche storiche, condotte nell’ambito dell’attività museale, grazie alle quali è spesso possibile dare concreti contributi alla “ricostruzione” della storia sociale, economica, religiosa e culturale del territorio; l’inserimento del Museo nei circuiti turistici internazionali (assidua la presenza della National Geographic Society); infine, l’importante e qualificante riconoscimento ottenuto in campo europeo con la Menzione Speciale conseguita nell’ambito del Concorso Internazionale “EUROPEAN MUSEUM OF THE YEAR AWARD”, organizzato dalla Fondazione Arthur Andersen & Co. sotto gli Auspici del Consiglio d’Europa.
L’affermazione ha consentito l’inserimento del Museo nei più importanti circuiti museali a livello internazionale come dimostra l’adesione all’EMYA.

ANTONIO PARISI Presidente onorario Po-Loco

 

PER UNA CULTURA DELL’ASCOLTO

ANTICHI OGGETTI E DERELITTI TEPORI

Chiunque abbia avuto modo di osservare – ospite o visitatore occasionale – le stanze di un’antica dimora avrà sicuramente percepito il senso complessivo da esse trasmesso, quali tessere di un mosaico che narrava complesse vicende dispiegantesi in quegli spazi, vissuti da uomini ormai scomparsi, ma le cui tracce erano disseminate nei luoghi da loro plasmati. In questa direzione va ricercato il fascino esercitato dalle antiche cose, evocatrici di una vita scomparsa, dense di derelitti tepori.
Gli oggetti incorporano, per così dire, parte della personalità dei loro possessori, come testimoniato, tra l’altro, dalle procedure simboliche per la loro destrutturazione e riappropriazione per un nuovo uso in occasione della trasmissione ereditaria, secondo quanto è stato lucidamente analizzato da Mariano Melegnana.
Prima che dall’analisi etno-antropologica, tutto ciò è stato ampiamente avvertito dallo sguardo letterario, che si è rivolto agli oggetti, leggendo, in essi le tracce dall’umanità di cui sono stati prodotti, supporti, strumenti.
Segni della vita degli uomini, dunque, della loro inesausta fatica volta a conferire domesticità al mondo, gli oggetti, possono, se adeguatamente interrogati, parlarci diffusamente della società che li ha adoperati, lasciando in essi cifre eloquenti del proprio dispiegarsi nel tempo.

LE MEMORIE DI UN MONDO SOMMERSO

“E una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”. Così Corrado Alvaro in Gente in Aspromonte (1930), il breve romanzo dove racconta la vita dura e dolorosa dei pastori, ma recupera e ci consegna anche preziose memorie di un universo culturale caratterizzato da oggetti, odori, suoni, colori, simboli, sentimenti, emozioni di uomini e donne che lo hanno abitato nel corso dei secoli.
Gli oggetti della società agro-pastorale della Calabria – analogamente a quanto avviene in altre culture tradizionali – si presentano “memorie” materiali, forti, solidi, visibili, di un “mondo culturale sommerso”, spesso negato, cancellato e rimosso e che merita, per diverse ragioni, di essere recuperato dallo sguardo e dalla considerazione critica dell’uomo di oggi.
Gli oggetti infatti non sono “brandelli muti”, ma rinviano al mondo della produzione agricola e pastorale, al lavoro dei diversi ceti sociali, alla dimensione rituale, religiosa, magica, simbolica delle persone. Nelle società tradizionali dove ogni “bene” era sempre necessario e mai superfluo (come lucidamente ricordava Pier Paolo Pasolini parlando della “sacralità del pane”), dove tutto andava usato e consumato e niente andava buttato e sprecato (come testimonia il folklore calabrese), gli oggetti avevano la loro prima ragione di essere nel loro valore di uso, nell’essere strumenti materiali che consentivano la produzione, il lavoro, la sopravvivenza delle persone. Gli studiosi hanno tuttavia opportunamente messo in evidenza che nell’universo tradizionale non era possibile separare il valore d’uso dal valore estetico, magico-rituale e simbolico dei diversi manufatti. Per fare un esempio, tra gli innumerevoli possibili, il ceppo di legno che procurava caldo, calore, “cucinato” ai contadini poveri (come ricordano numerosi proverbi), se collocato da un giovane davanti alla soglia della casa della donna amata equivaleva a una richiesta di matrimonio. Il ceppo “accolto” nella casa del capofamiglia significava gradimento e accettazione della richiesta ricevuta. La legna e il calore alludevano dunque al desiderio e alla necessità di una nuova casa e di una nuova vita.
Anche i numerosi e ben conservati oggetti in ferro, che si trovano nel Museo della Civiltà Contadina ed Artigiana della Calabria a Monterosso, avevano un valore pratico e insieme simbolico. Si pensi al ferro di cavallo che, fondamentale per il lavoro e la produzione agricola, quando veniva collocato dietro la porta di casa, assumeva valenze magiche: proteggeva la famiglia dagli esseri malvagi e dagli sguardi invidiosi e pericolosi. Se opportunamente osservati e considerati, se non ridotti a relitti sparsi e silenziosi, i manufatti in ferro (che nel Museo trovano un inedito e originale riconoscimento) rinviano a complessi rapporti geografici, produttivi, economici, sociali, a concezioni magico-religiose, risultano “fonti” preziose per scrivere una storia non canonica e non scontata dei ceti popolari di alcune aree della Calabria.

IL MUSEO DI MONTEROSSO E LA MUSEOGRAFIA DEMO-ANTROPOLOGICA IN CALABRIA

Letterati, demologi, studiosi del mondo popolare anche in Calabria – analogamente a quanto avviene in altre parti di Europa e d’Italia – hanno fin dalla fine del Settecento, e con maggiore intensità nella seconda metà dell’Ottocento, rivolto la loro attenzione alle produzioni letterarie folkloriche (canti, racconti, proverbi ecc.), alla descrizione di usanze, credenze, “superstizioni”, riti, feste e soltanto in un periodo successivo si sono interessati di oggetti e manufatti dei ceti popolari. Tuttavia bisogna ricordare che proprio i più importanti folkloristi calabresi, a volte anticipando le più avvertite tendenze e prospettive esterne, s’impegnano in maniera mirata e approfondita a reperire “memorie materiali” di una civiltà in via di disgregazione. Tra il 1908 e il 1911 Raffaele Corso, allora giovane ed entusiasta studioso di etnografia, già autore di importanti pubblicazioni sul folklore giuridico, su incarico di Lamberto Loria raccoglie in diverse parti della Calabria numerosi manufatti destinati alla grande “Mostra d’Etnografia” organizzata in concomitanza del “Cinquantenario dell’Unità d’Italia” del 1911.
Con un’appassionata, attenta, mirata collabo- razione Corso fornisce al Museo del Loria una ricca collezione d’etnografia calabrese, comprendente migliaia di manufatti, illustrati da singole schede, con minuziose e puntuale indicazioni circa il luogo, l’uso e le tradizioni relative ad ogni oggetto. Bisogna altresì ricordare che alla fine degli anni venti, Raffaele Lombardi Satriani, il “Pitrè calabrese”, autore della monumentale “Biblioteca delle Tradizioni popolari calabresi” (sei volumi di canti, quattro volumi di racconti, un volume di proverbi e uno di credenze popolari, pubblicati nell’arco di oltre un cinquantennio) progetta a Vibo Valentia l’istituzione di un “Museo Etnografico Calabrese”, che non viene realizzato per una serie di difficoltà pratiche e di insensibilità ambientali. E importante ricordare che il folklorista di S. Costantino di Briatico dava all’espressione “tradizione popolare” un’accezione ampia, comprendente la letteratura orale, la lingua, i riti e la cultura materiale. La cultura popolare calabrese veniva presentata come qualcosa di “unitario” da organizzare e sistemare con i criteri della demologia e della museografia di Pitrè.
Dopo le iniziative di Raffaele Corso e di Raffaele Lombardi Satriani per un lungo periodo in Calabria si attenua l’attenzione per iniziative di museografia popolare e viene meno la tendenza a raccogliere oggetti come testimonianze, segni, documenti di una civiltà. Soltanto all’inizio degli anni settanta, in un clima di rinnovato interesse per il folklore, vengono avviate rigorose ricerche su diversi aspetti della cultura popolare calabrese e si torna a parlare di musei contadini. Bisogna però ricordare che la proposta teorica d’intendere il folklore come ‘‘cultura di contestazione” viene spesso banalizzata e strumentalizzata. Se è vero che il folklore usciva dal ghetto a seguito di richieste giovanili di una “nuova cultura critica”, è altresì vero che spesso diventava luogo di operazioni commerciali e non a caso uno degli autori di queste note conia l’espressione “folk- market”. Anche in Calabria spesso l’interesse per il folklore appare retorico, di maniera, frutto di moda più che di un progetto culturale di ampio respiro tendente a un autentico rapporto con il passato, a un legame non fitti- zio e non inventato con la tradizione. Tra la fine degli anni settanta e per tutti gli anni ottanta sono pochi gli enti locali che non immaginano, non sognano, non progettano, spesso in maniera ingenua e superficiale, musei contadini. Tuttavia non mancano serie, motivate, fondate iniziative museografiche esito di lunghe e attente opere di collezione e sistemazione di oggetti.
Interessanti iniziative museografiche si registrano tra l’altro a partire dalla fine degli anni settanta a Rende, Morano Calabro, Soriano Calabro, Palmi, S. Giovanni in Fiore, Siderno, Bova Marina. Si tratta di raccolte e collezioni di oggetti di vario genere che meriterebbero un’attenzione non possibile in questa sede. All’interno del quadro qui brevemente delineato, bisogna sottolineare che il Museo della Civiltà Contadina ed Artigiana di Monterosso Calabro, per numero, provenienza, esposizione degli oggetti, si pone senz’altro come uno dei più ricchi e originali della regione. Questo primo e provvisorio catalogo accompagna l’opera di sistemazione, catalogazione, esposizione secondo criteri della più avvertita e scientificamente fondata museografia.

PER UNA CULTURA DELL’ASCOLTO

Nella prospettiva qui delineata, per quanto per linee generalissime, gli oggetti riassumono la centralità che in effetti hanno nella vita delle comunità, sul piano realistico e nell’orizzonte simbolico.
I Musei possono presentarci, attraverso gli oggetti, itinerari conoscitivi estremamente articolati e densi di suggestione. In particolare, i Musei demo-antropologici, quale questo della Civiltà contadina ed artigiana di Monterosso, possono presentificare i tratti essenziali di una specifica cultura folklorica, troppo spesso radicalmente ignorata o assunta parzialmente secondo l’ottica deformante del pittoresco.
Ma tale essenziale funzione conoscitiva i Musei potranno svolgerla soltanto se riusciranno a sollevarsi di dosso quella patina di vecchio, grigio, inerte che, a volte anche a torto, la stessa parola Museo richiama, mantenendo lontana dalle proprie collezioni, quand’anche accuratamente esposte, la maggior parte delle persone.
II dibattito sulla museografia demo-etno-antropologica è talmente ampio e conosciuto che è superfluo richiamarne, in questa sede, i tratti caratterizzanti. Sarà sufficiente sottolineare come un Museo demologico – in ogni caso documento esso stesso, data la propria specifica impostazione, i propri criteri di rilevazione ed esposizione, i propri privilegiamenti – debba oggi tener conto delle tecniche espositive più aggiornate, non per recepirle meccanicamente, ma per poter operare le proprie scelte sull’arco più ampio possibile di esse, per procedere ad adeguate contestualizzazioni, per porsi come esito di ricerche attuate e, contemporaneamente e non contraddittoriamente, come stimolo e centro propulsore di ricerche da attuare.
La vitalità di un’istituzione museografica è da connettere sia alle risposte che riesce a dare ai suoi fruitori, sia alle domande che con la propria carica di sollecitazione problematica riesce a suscitare. Lungi dal costituire un deserto cimitero di cose secondo lo stereotipo ricordato, un Museo – come avviene a Monterosso – può porsi come momento importante quando non indispensabile, di un itinerario che aiuti ad ascoltare il fluire, attraverso gli oggetti, della vita degli uomini.

LUIGI M. LOMBARDI S ATRI ANI – VITO TETI

 

Le Sezioni del Museo

Sala Contadina

Il Torchio

Voltorecchio

Sala Tessitura

Sala del Legno

Sala dell’Argilla

Sala del Ferro