SALA CONTADINA – IL TORCHIO –

A vederlo sembra uno strumento di tortura!

In realtà è un attrezzo che tanta importanza ha avuto nell’economia agricola della Regione. Prima dell’avvento della tecnologia meccanica, infatti, il torchio, conosciuto anche come pressa genovese, viene ampiamente utilizzato nei frantoi oleari per la spremitura della pastella di olive e quindi per la produzione dell’olio. L’esemplare esposto nel museo proviene da. Capistrano, un paese vicino a Monterosso. Possente nel suo aspetto, può dirsi composto da tre parti: il corpo, la vite e la banchina.

Il corpo è composto da due colonne e da due chianche: le prime non sono altro che due parti di tronco (di castagno), alquanto sgrossate dalla corteccia, poste lateralmente, in senso verticale e parallelo, con funzione di montanti di sostegno per le chianche; sul lato interno le colonne presentano una piccola scanalatura per consentire il movimento di saliscendi alla vite e, quindi, alla banchina, con conseguente pressione sui fiscoli (cuoffe) contenenti la pastella di olive.

Le chianche sono costituite da due blocchi in legno di quercia (ma possono essere anche di noce), a forma parallelepipeda, posti alle estremità delle colonne, donde la distinzione fra chianca soprano (quella superiore) e Manca suttana (quella inferiore).

La chianca soprana presenta un foro centrale, detto femmina della vite, perché in esso passa la vite nel suo movimento di saliscendi.

La chianca suttana, su cui poggiano le colonne, è invece fissata per terra; sul suo piano vengono sistemati, infilati in un perno centrale, i fiscoli contenenti la pastella di olive, di modocchè la vite possa svolgere stabilmente la pressione necessaria per ottenere l’olio.

Altro elemento del torchio è la vite, costituita da un tronco di olivo, lavorato, per l’appunto, a mò di vita con dentatura elicoidale. Nella sua parte inferiore assume la forma di un cubo con quattro fori laterali, fra loro intersecantisi sì da consentire l’introduzione di un pezzo di trave, anch’esso in legno, mediante il quale si consente alla vite stessa di girare.

La banchina, infine, è costituita da due tavolozze in legno, sovrapposte e congiunte alla parte cubica della vite mediante un perno in ferro; essa viene interposta fra la vite ed i fiscoli in quanto la sua funzione è quella di creare una pressione uniforme sì da ottimizzare la resa in olio.

 

MODALITÀ D’USO

Dopo aver sistemato i fiscoli pieni di pastella sulla base della chianca suttana, vi si poggia sopra la banchina, due o più troppitari (operatori di frantoio) a questo punto, infilando, attraverso gli appositi fori, la trave nella massa cubica della vite ne determinano un semigiro (da un capo all’altro delle due colonne); una breve pausa e poi di nuovo a ripetere il gesto, partendo da altro foro. Si determina così una lenta e costante compressione dei fiscoli, dai cui bordi esterni fuoriesce, a piccoli rivoli ed ancora commisto ad acqua ed a residui, il prezioso liquido oleoso che, attraverso un apposito canale scavato sulla base della chianca suttana, va a depositarsi nella mariola (o mariuola), una sorta di tinozza in legno, per essere separato dall’acqua e dalle impurità.

In alcuni troppiti (frantoi) il movimento rotatorio della vite del torchio è determinato facendo passare “alternativamente nei fori della base (della vite) l’estremo di una trave rotonda, legata dall’altro capo ad un cappio di una grossa fune, detta capu o sciartu, che si avvolge e si svolge al tronco di un argano verticale. Questo viene fatto girare a mezzo di due assi rettilinei, infìssi ad altezza di uomo, che spinti a forza di spalle, lo fanno spostare lentamente, intercalando qualche minuto di riposo quando si sente il rumore caratteristico dello scatto di un giro della trafila…”1.

 

1 da: Schidon cronache e usanze (1870/1930) di Nino Germano, Barbaro Editore.