SALA DEL LEGNO

La sezione dedicata all’artigianato del legno si caratterizza subito per la presenza di un prezioso tornio in legno del 1800, perfettamente funzionante ed in grado di “produrre” ben 63 diversi manufatti: dagli attrezzi per la cucina (mortai, imbuti, cucchiai, ecc.) agli attrezzi di lavoro, ai giocattoli (trottole, jo-jo, ecc.), a “mozzi” per le ruote dei traìni1. Fanno da corollario al tornio, oltre che numerosi altri strumenti di lavoro del falegname, gli spazi espositivi dedicati al bottaio ed al sediaio con tutta una vasta e curiosa gamma di attrezzi (scanni, scuri, “votaturi”1 2, compassi, mole, scalpelli, “chianozzi”3) e manufatti (barili, salatoi, sedie).

Curiosità ed interesse suscitano, in questa sezione, le “interviste dirette” fatte ad uno degli ultimi bottai ancora presenti sul territorio e ad un sediaio di Polia 4, conosciuto come presidente della prima cooperativa costituita fra artigiani del legno operanti nel comprensorio.

Da queste “interviste” è possibile ricavare uno spaccato della realtà socioeconomica presente nel comprensorio ai primi del novecento. Si apprende, così, che spesso e volentieri l’esercizio del mestiere del sediaio è motivo non solo di mantenimento economico, ma anche occasione di matrimonio in quanto alla donna viene “riservato” il delicato compito di “impagliare” le sedie, la cui struttura viene costruita dall’uomo sul tipico tavolo da lavoro, conosciuto come scannu.

1 Antichi carri agricoli per il trasporto di persone e cose.

2 Attrezzi utilizzati per conformare le spalliere delle sedie.

5 Pialle per levigare il legno.

4 Paese viciniore, conosciuto per la manifattura di tipiche sedie in vuda.

 

SALA DEL LEGNO         TORNIO (TUORNU A PEDALA)

 

MODALITÀ D’USO

Il pezzo di legno da cui ricavare l’oggetto viene fissato tra le due “palombelle” ed avvolto ad un’estremità dalla sagula, collegata al pedacchiu ed all’arcu.

Facendo pressione sul pedacchiu, si determina lo stiramento della sagula (mantenuta sempre umida per evitarne la rottura), una tensione dell’arcu e la rotazione del pezzo in lavorazione.

Il successivo rilascio del pedacchiu produce una contrazione della sagula; l’arcu rientra nella sua originaria posizione, determinando un inverso movimento rotatorio del pezzo in lavorazione.

Durante questa alterna fase rotatoria, il tornarli (tornitore), mediante l’utilizzo di appositi attrezzi a punta e lama produce delle incisioni nel legno, modellando, così, il manufatto (che può essere un mozzo per la ruota del carro, un giocattolo, un mortaio e così via).

 

SALA DEL LEGNO               SEGGIA E VUDA (SEDIA IMPAGLIATA)

 

Pur nella sua semplicità, la seggia costituisce un’esemplare testimonianza di attività artigianale che tanta importanza ha avuto nella storia socio-economica di alcuni territori calabresi.

Qui si descrive la sedia di Polia, comune vicino a Monterosso, ben noto per la presenza di numerosi seggiari (sediai).

Dopo una prima fase preparatoria, durante la quale il sediaio, con l’utilizzo di appositi attrezzi (seghe, scuri), provvede a ricavare dal tronco di faggio le sagome, dalle quali trarre le varie parti che compongono l’armatura, le fa stagionare e, nel contempo, si approvvigiona della vuda (tipica fibra palustre utilizzata per l’impagliatura).

Successivamente, l’artigiano inizia la lavorazione del manufatto e procede alle operazioni di levigatura delle parti che compongono la struttura della sedia; a tal fine, il sediaio assume una particolare posizione: ponendosi a cavalcioni sullo scannu (un pezzo di tronco alquanto squadrato poggiantesi su due cavalletti), interpone la sagoma legnosa da lavorare tra un fermo di legno, posto ad un’estremità dello stesso scanno, ed il suo sterno opportunamente protetto dall abitino (una tavolozza sospesa al collo a mò di collana ).

Utilizzando l’apposita raspa, l’artigiano leviga dapprima i piedi della sedia, che sono caratterizzati da un’accentuata convessità interna al fine di dare stabilità alla sedia stessa e per rendere la spalliera più anatomica. Inizia con i piedi anteriori (più corti), poi quelli posteriori (più lunghi perché su di essi verranno montate le spalliere), passa quindi a levigare i cosiddetti piruni, aste trasversali che servono a collegare fra loro le varie componenti dell’armatura. Terminata la levigatura, il sediaio, utilizzando la varrina (una sorta di trapano manuale) pratica, a distanza predeterminata, alcuni fori in tutti i piedi (al fine di consentire l’incastro dei piruni). Procede quindi all’assemblaggio dell’armatura: collega fra loro i piedi anteriori con l’utilizzo di un piruni curvo (sì da creare un poggiatoio); ripete l’operazione con i piedi posteriori (utilizzando una coppia di piruni diritti); con l’utilizzo di quattro piruni curvi (colleganti le coppie di piedi) crea il cosiddetto siettu, vale a dire la base da impagliare; infine provvede a montare le spalliere precedente- mente preparate con il votaturi (una grande, detta spajera, alquanto decorata e sovrapposta all’estremità superiore dei piedi posteriori, e due piccole, dette spajeruzzi, incastrate all’interno sotto la spalliera grande e fra loro congiunte da quattro piccoli pezzi a forma cilindrica).

Dopo l’assemblaggio avviene l’impagliatura (spesso e volentieri effettuata dalla donna). Partendo da un punto iniziale e culminando al centro della base, con abili ed agili manovre manuali, viene eseguita una rete di intrecci talmente fitta da rendere il piano perfettamente rigido ed idoneo all’uso.